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Alessio Calabrò per Airpress: sul numero 168 il contributo sulla Sovranità Algoritmica

28 Ottobre 2025

Sovranità Algoritmica, una proposta concreta

Da oltre un decennio ministeri, Forze armate e grandi aziende pubbliche italiane difendono le proprie reti con appliance di cyber‑sicurezza progettate all’estero. Prodotti spesso impeccabili ma che — in ultima istanza — restano sotto la giurisdizione del Paese che li ha concepiti. È bastato un pugno di episodi di intrusioni mirate perché fosse chiaro che efficienza tecnologica non coincide con sovranità: un embargo o un’ingiunzione giudiziaria straniera potrebbero disattivare lo scudo italiano proprio nel momento più delicato.

Oggi la medesima equazione, amplificata, si applica agli algoritmi di intelligenza artificiale destinati a funzioni critiche. L’Italia — come gran parte d’Europa — si affida a modelli addestrati oltreoceano, quindi soggetti a normative come il Cloud act che legittimano l’accesso extraterritoriale ai dati. Se un Llm foreign owned venisse bloccato da controlli all’export o da uno stop alle Api, un’intera catena di comando rischierebbe di fermarsi nel giro di poche ore.

Il precedente della Cyber Security

Nei primi anni Duemila, quando le minacce di attacchi via rete erano già concrete, adottammo firewall e Ids israeliani perché non possedevamo un’industria cyber matura. Oggi la situazione è cambiata: il Comando cibernetico interforze impone requisiti sovrani per le reti classificate, l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale tiene un catalogo di tecnologie tricolori e diverse Pmi italiane producono firmware certificato. Eppure, i ritardi iniziali hanno generato lock-in contrattuali e canoni di manutenzione che continuano a pesare sui bilanci pubblici e a limitare la libertà di evoluzione delle nostre architetture di difesa.

Il capitale da sfruttare per la Sovranità Algoritmica

Sul fronte IA partiamo invece in vantaggio. Il supercomputer Leonardo del consorzio Cineca, ospitato al Tecnopolo di Bologna, è oggi il quarto al mondo per potenza; HPC5 di Eni eccelle nel calcolo accelerato; cluster universitari operano a Torino, Roma e Pisa. Infrastrutture finanziate da Pnrr e Horizon Europe permettono di addestrare modelli di grandi dimensioni senza esportare dati sensibili.

Si tratta di un vantaggio competitivo concreto: mentre altri Paesi devono ancora strutturare l’accesso a capacità computazionali sovrane, l’Italia dispone già oggi degli strumenti per rendere autonomo il proprio ecosistema IA. A queste macchine si affianca una comunità accademica di primo piano, dalle reti neurali per la language Intelligence alla computer vision aerospaziale, pronta a convergere in progetti mission-driven.

Dal chip all’algoritmo AI

Per tradurre l’attuale potenza di calcolo in autonomia strategica bisogna agire su tre assi interdipendenti.

  • Hardware sovrano. Il varo dello European Chips act (in vigore dal 21 settembre 2023) mira a raddoppiare la quota europea del mercato globale dei semiconduttori entro il 2030. L’Italia può indirizzare parte di questi investimenti verso componenti creati su misura per le esigenze della difesa, riducendo la dipendenza da Asia e Stati Uniti. Significa poter installare “motori” Made in Eu dentro droni, radar e centri di comando, evitando che una crisi internazionale spenga all’improvviso i nostri sistemi.
  • Framework certificati. Il software che fa funzionare l’Intelligenza Artificiale è paragonabile a un manuale d’istruzioni: se questo è scritto da altri e tenuto sotto chiave, non sapremo mai cosa c’è davvero dentro né potremo correggere eventuali errori. Sviluppare librerie e codici aperti, controllati da università e centri di ricerca nazionali, permette invece di ispezionare ogni riga e di adattarla alle nostre necessità.
  • Applicazioni dual-use pronte al campo. Supercomputer come Leonardo a Bologna sono ottimi laboratori, ma un algoritmo diventa utile solo se funziona sul terreno, magari dentro un veicolo blindato o in un centro di gestione emergenze. Servono progetti pilota rapidi, con obiettivi concreti: droni che pattugliano le nostre coste e riconoscono in tempo reale natanti sospetti; sensori montati sui mezzi militari che avvisano i tecnici prima che un pezzo si rompa; modelli predittivi che aiutino la Protezione Civile a decidere dove mandare squadre e mezzi in caso di emergenze come alluvioni e terremoti. Sistemi integrati nei presìdi sanitari territoriali che supportino il personale medico nell’individuazione precoce di situazioni critiche, riducendo accessi impropri ai pronto soccorso e migliorando la gestione delle risorse Ssn.

Sovranità Algoritmica: un tema di deterrenza

Solo la convergenza di questi tre cantieri potrà trasformare l’attuale capitale di calcolo e competenze in un’autentica sovranità algoritmica, capace di resistere a pressioni politiche esterne e di garantire continuità operativa alle Forze armate e al sistema‑Paese.

Per consolidare questa visione il governo valuta la nascita di un Istituto nazionale per l’IA di difesa. Primo obiettivo: un foundation model multilingue addestrato su corpus pubblici e documenti sanitizzati. Investimento stimato: inferiore a quello di una squadriglia di addestratori avanzati, con un ritorno tecnologico e industriale di lungo periodo.

Proposta operativa per un’ AI made in Italy

L’adozione di appliance israeliane offrì un vantaggio tattico ma ritardò la nascita di un settore cyber nazionale. Lo stesso destino attende l’IA se continueremo a delegarla. Le risorse di calcolo, le competenze e il mercato esistono già; manca soltanto la decisione politica di trasformarle in potere decisionale.

Non è più tempo di delegare funzioni critiche: l’Italia ha l’opportunità — e la responsabilità — di decidere in autonomia quali tecnologie adottare, come svilupparle e dove mantenerle operative, senza condizionamenti esterni. Nell’era dell’intelligenza artificiale, indipendenza significa poter accendere — o spegnere — un algoritmo senza chiedere permesso a nessuno.

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