Da oltre un decennio ministeri, Forze armate e grandi aziende pubbliche italiane difendono le proprie reti con appliance di cyber‑sicurezza progettate all’estero. Prodotti spesso impeccabili ma che — in ultima istanza — restano sotto la giurisdizione del Paese che li ha concepiti. È bastato un pugno di episodi di intrusioni mirate perché fosse chiaro che efficienza tecnologica non coincide con sovranità: un embargo o un’ingiunzione giudiziaria straniera potrebbero disattivare lo scudo italiano proprio nel momento più delicato.
Oggi la medesima equazione, amplificata, si applica agli algoritmi di intelligenza artificiale destinati a funzioni critiche. L’Italia — come gran parte d’Europa — si affida a modelli addestrati oltreoceano, quindi soggetti a normative come il Cloud act che legittimano l’accesso extraterritoriale ai dati. Se un Llm foreign owned venisse bloccato da controlli all’export o da uno stop alle Api, un’intera catena di comando rischierebbe di fermarsi nel giro di poche ore.